
Avete sempre praticato la connessione con il territorio. Ha ancora un senso l’agricoltura sociale?
L’agricoltura è relazione, fruizione della materialità, politica del cibo. Dietro la bottiglia di vino biologico o biodinamico c’è la ricerca di una tecnica contemporanea e rispettosa del vivente, senza chimica nei campi, né lieviti in cantina. Sperare che piova nel modo giusto, imparare dai vecchi contadini, anche perdonando i loro errori. Ma c’è anche – per le persone della crisi, del carcere, delle dipendenze – la fatica del lavoro fisico, la riscoperta della normalità, l’imparare un mestiere. Darsi obiettivi, provare a rispettare gli impegni: così la fragilità può diventare – lungo i filari di una vigna – differenza da rispettare, ristrutturazione della propria fisicità, lavoro che produce reddito e dignità. L’azienda può diventare un luogo responsabile di produzioni e relazioni, e il territorio una comunità.
